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C'era una volta un giornalista

Sono giornalista pubblicista. Significa, a tutti gli effetti, giornalista. Mi vergogno. Mi vergogno della categoria. Mi vergogno del sistema. Ho visto il tg5 domenica scorsa. La notizia che tasseranno le pensioni di invalidità è stata data in modo talmente bieco che mi ha fatto rivoltare lo stomaco, l'intestino e la cistifellea. Il messaggio che è arrivato è stato, in breve: "necessario e poi non così grave". Mi sono messa a piangere.

Mica solo per le tasse. Perchè per l'opinione pubblica il messaggio che deve arrivare è che i disabili sono e continuano ad essere cittadini di serie B. Il servizio dopo è stato di nuovo su quel bambino prelevato a scuola con la forza. Eh, già, povero, mi dispiace, ma questa è una notizia fuorviante che continuano a dare cercando di commuovere le masse rese decerebrate ed incapaci di discernere. La giornalista ha chiesto: "Il bambino chiede della mamma?". Infine servizio sulle unghie.

MI VERGOGNO. Non so se continuerò a pagare per avere la tessera di giornalista. Non mi riconosco nella categoria, non mi riconosco nel sistema. Passano due giorni, ed evidentemente il putiferio scatenato dalle associazioni che tutelano le persone disabili ha fatto sì che il governo inserisse la retromarcia. Pare niente più tasse.

Questo caos totale nel quale si ritrova il nostro Paese, dove ogni giorno esce una manovra da "bastone e carota", laddove ormai la coperta è troppo corta per  fare anche solo finta di riscaldare, dove persino la lingua italiana viene utilizzata a scopo illusorio - per me delusorio  perché l'onestà è morta e sepolta -  chiamando una manovra "manovrina",  mi porta ad aspettare  la prossima "manovruccia", tra filastrocche e cantilene, stupri e omicidi raccontati con morbosità in televisione.

Tra i  vaghi ricordi delle teorie di Noam Chomsky, mi sovviene l'insegnamento che mi diede mio nonno. Giovanni Spantigati, che con orgoglio cito con nome e cognome, chissà che dall'aldilà, sentendosi chiamato, non possa fare qualcosa. Stimato avvocato, direttore di una rivista, ma soprattutto - scusate se è poco, ma potrei commuovermi - giornalista e avvocato onesto. Trentanni fa mi spiegò, mentre guardavamo un telegiornale, le tecniche di comunicazione dei media per enfatizzare una notizia  o peggio per  farla passare assolutamente in secondo piano senza che nessuno se ne potesse render conto. Trentanni fa. Ora è tutto talmente sfacciatamente evidente che forse il sistema dovrebbe rivedere e correggere le tecniche di comunicazione per tentare di essere intelligentemente più subdolo.

Sono inorridita dai giornalisti burattini del sistema. Non sono diventata giornalista per vender fumo. Non sono diventata giornalista per dirigere un gregge di pecore. Non sono diventata giornalista per assoggettarmi al potere, e nemmeno per spacciare malumori, angosce, depressione, insicurezza, rabbia e istigare perversioni mentali. A fatica ho avuto la tessera e con un unico scopo: raccontare, a volte come una favola, quanto sia meravigliosa la nostra vita,  indicare le stelle lassù nel cielo per farvi capire quanto amore ci circonda,  dirvi che gli ostacoli di un percorso vanno superati con grinta, con coraggio e che ce la possiamo fare, per ricordarvi di regalare un sorriso a voi stessi ogni mattina. Non so se continuerò a mantenere la tessera. Sono una persona coerente. Probabilmente scriverò un libro. E penso che mio nonno mi stia strizzando l'occhiolino.


Giovanna Spantigati

 
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